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I Giusti

Palermo, domenica 19 luglio 1992: in Via D’Amelio è strage..cento chili di tritolo fanno saltare in aria il giudice Paolo Borsellino, il caposcorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo.
Due mesi prima…era sabato 23 maggio: una carica di 500 chili di tritolo, esplode lungo l’autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo. All’altezza dello svincolo per Capaci. E’ strage. Curata nei minimi particolari. Tre auto in corteo saltano in aria. Muoiono tre agenti di scorta, Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo. Muore Giovanni Falcone, ore dopo decede anche la moglie, la dottoressa Francesca Morvillo. Salvi per miracolo 4 agenti: Giuseppe Costanza, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello, Angelo Corbo.
Avevo 18 anni all’epoca, ne sono passati quasi 22, ma il ricordo è ancora molto vivo e non credo che si attenuerà col tempo. Quelle trasmesse dai Tg, erano scene dall’inferno. Certi fatti non si possono dimenticare. Borsellino (come Falcone) fa parte di me, anche se non l’ho mai conosciuto di persona, ma questo non c’entra niente quando hai 18 anni e stai per diplomarti per poi intraprendere la Facoltà di Giurisprudenza con un ideale nel cuore e nella testa: la Giustizia. Un ideale per cui questi due uomini hanno sacrficato la loro vita. E non posso non scrivere di pari passo anche di Falcone, per ovvie ragioni. I due magistrati avevano rivolto la loro vita in un’unica direzione, la ricerca della verità. La verità dei fatti. Per cercare di alleggerire il nostro Paese, partendo dalla Sicilia, del grande fardello. Il più grande e spietato fardello: la Mafia. E ci sono riusciti..scavando e investigando talmente in profondità da essere divenuti i nemici da abbattere. Troppo pericolosi, perché, Falcone in primis, era stato capace di rivoluzionare il modo di condurre indagini di una delicatezza senza precedenti, dove gli interessi in gioco di mafia e Stato avrebbero rischiato di saltare fuori allo scoperto. Una volta per tutte e per tutti Invece a saltare è stato lui..loro. E durante il suo incarico di magistrato era perfettamente consapevole che sarebbe stato ammazzato. Eppure non si è fermato. Poteva farlo, hanno provato a convincerlo in vari modi (sporchi) ma lui non ha dubitato neanche per un attimo di voler proseguire per la sua strada. E come lui Paolo. La morte di Giovanni non è certo servita a farlo desistere. Al contrario, ha accentuato quel senso di sana megalomania tipico di chi ha una morale elevata e un forte senso dello Stato. Eroe l’uno, eroe l’altro. Eppure paradossalmente così normali.. come tutti dovremmo essere. Ed ecco che la normalità diviene evento eccezionale. Chissà in quanti li hanno definiti dei coglioni. In fondo è così che vengono visti i Giusti. Dei coglioni. Ma da chi? Certamente da chi è tutto fuorché Giusto. Le loro vite erano diventate un conto alla rovescia, in picchiata verso la morte e tuttavia il loro, era un dovere talmente intimo e radicato da sacrificare sé stessi per provare a migliorare lo stato delle cose. E l’ho già detto, ma mi piace di ripeterlo ad oltranza, non si sa mai possa servire a qualcosa. Anche se non credo. Ma fingo di illudermi. Un aspetto che ancora oggi mi commuove molto, è il legame fraterno tra Paolo e Giovanni. Stesso sangue, puro e rosso di passione…..per la Verità. Uomini coraggiosi, che dalle loro paure avevano tratto tutta la forza e l’energia per perseguire il compito di magistrati e non di meno di uomini civili innamorati del loro Paese. Del nostro Paese. Ma basta con i sentimentalismi.
Dal giorno della strage di Via D’Amelio, si sono perse le tracce dell’agenda rossa di Borsellino, in cui era solito prendere appunti relativi alle sue riflessioni e ai contenuti dei suoi colloqui investigativi, soprattutto degli ultimi mesi che precedettero la sua uccisione. La magistratura indaga ancora, dopo ventidue anni, per riuscire a ritrovare questa agenda, considerata un documento fondamentale per provare a dare un volto ai mandanti esterni dell’attentato. Si presume che tali scritti contenessero nomi eccellenti della politica di allora (e di oggi?) e che per questo sia stata estratta dalla borsa di Borsellino (rinvenuta intatta..la borsa), per portarla al “sicuro” e probabilmente per non venire mai più rintracciata. Esiste una raccolta documentale (“Paolo Borsellino e l’agenda rossa”, a cura della redazione di 19luglio1992.com, Edizione 4.0) nata allo scopo di poter contribuire al perseguimento di alcuni obiettivi di grande rilevanza, al fine di arrivare alla verità completa dei fatti e al riscontro delle responsabilità di certa magistratura e di parte della politica italiana che a quei tempi rimase volutamente inerte di fronte ai gravi e palesi rischi per l’incolumità personale dei magistrati Falcone e Borsellino. Di questa raccolta mi hanno colpito varie “fasi”, se non tutte e mi va di riportare una lettera estratta dalla stessa, scritta da Borsellino e indirizzata a Vincenzo Scotti che all’epoca ricopriva la carica di Ministro del Lavoro..lettera volta a declinare l’incalzante invito rivoltogli da quest’ultimo, a presentare domanda di ammissione al Consiglio Superiore della Magistratura. Per me è uno scritto molto significativo, perché, oltre a raccontare la moralità di Borsellino e il suo intento di non volersi ritirare a faccende meno pericolose, mette in luce un Dietro le Quinte torbido. E poi è una prova dell’elegante intelligenza (finta ingenuità) del magistrato, di dire e non dire quel che lui ben sa. Ossia d’essere nel mirino perché sempre più scomodo.
“Onorevole signor Ministro, mi consenta di rispondere all’invito da lei inaspettatamente rivoltomi nel corso della riunione per la presentazione del libro di Pino Arlacchi. I sentimenti della lunga amicizia che mi ha legato a Giovanni Falcone mi renderebbero massimamente afflittiva l’eventuale assunzione dell’ufficio al quale non avrei potuto aspirare se egli fosse rimasto in vita. La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce, infatti, di rendermi beneficiario di effetti, comunque, riconducibili a tale luttuoso evento. Le motivazioni addotte da quanti sollecitano la mia candidatura alla Direzione Nazionale Antimafia mi lusingano, ma non possono tradursi in presunzioni che potrebbero essere contraddette da requisiti posseduti da altri aspiranti a detto ufficio. Molti valorosi colleghi, invero, non proposero domanda perché ritennero Giovanni Falcone il naturale destinatario dell’incarico ovvero si considerarono non legittimati a proporla per ragioni poi superate dal Consiglio Superiore della Magistratura. Per quanto a me attiene, le sue esposte riflessioni, cui si accompagnano le affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata in Procura della Repubblica che è sicuramente quella più direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità mafiosa. Lascio, ovviamente, a lei, onorevole signor ministro, ogni decisione relativa all’eventuale conoscenza da dare a terzi delle mie deliberazioni e di questa mia lettera, ringraziandola sentitamente”. (Paolo Borsellino, Palermo 1 giugno 1992)
Il Ministro Scotti ritenne di non dare pubblicità di questa lettera, limitandosi a darne comunicazione al Capo dello Stato di allora, Oscar Luigi Scalfaro (eletto due giorni dopo la strage di Capaci….) e al Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. L’on. Scotti a domanda rispose che questa scelta fu dettata dal carattere riservato della missiva e in vista della possibilità che, trattandosi di un gesto (quello di Borsellino) dettato da impeto emotivo, la decisione potesse essere successivamente modificata. Per Scotti, Paolo aveva declinato la proposta e non gli era più giunta notizia di un ripensamento. Aveva risposto alla lettera con un biglietto nel quale manifestava ammirazione per le parole del magistrato, ma di esso non aveva ritrovato copia. E della proposta al CSM di riaprire i termini non si era più occupato.
Che dire…..onore e merito a chi ha dato la vita per abbattere il fenomeno mafioso in Italia e per quanti hanno e avranno ancora il coraggio di farlo. Onore agli agenti di scorta sopravissuti e messi da parte, relegati in un angolo, dallo Stato italiano. Forse, o meglio, sicuramente, perché ritenuti colpevoli di esserne venuti fuori vivi. Ma questo è comunque un altro aspetto della vicenda. Inquietante anch’esso.
E non mi stancherò mai di urlare il mio no alla mafia, a tutte le mafie, ai giochi di potere e agli insabbiamenti, perché non posso accettare che tutto questo faccia parte del mio Paese. In nessun luogo certo, ma nel mio Paese proprio no. Non mi stancherò di volere la Verità, anche se so che forse è un’utopia.

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Sul rispetto dell’ambiente

Quando abbiamo la possibilità di porre rimedio all’inciviltà degli altri, penso che dovremmo farlo, entro certi limiti, certamente…insomma, se possiamo inchinarci a raccogliere ciò che altri han buttato via senza alcun ritegno, credo che dovremmo farlo e basta, senza giustificare la nostra inerzia con frasi del tipo “si ma io non sono lo spazzino di nessuno, non vedo perché dovrei farlo io, se non lo ha fatto lui”. Perché purtroppo, le persone che non rispettano la Natura e l’ambiente esistono, sono tante, sono, io penso, la maggior parte. E solo pochi (rispetto al tutto) cambiano il loro modo di porsi rispetto alla Natura stessa, tanto da riconoscerla come culla di vita e bellezza…questo è difficile, perché sono malati di indifferenza e di una buona dose di incoscienza… perché ignorano, snobbano, le conseguenze di queste loro azioni. D’altro canto, loro sono quelli che se tu gli dici di non conficcare nella sabbia la cicca di sigaretta, oppure di non buttare in mezzo all’erba la plastica che avvolge il panino, ti rispondono “ma tanto lo fanno tutti, che ti credi” oppure si offendono e ti mandano al diavolo. Mi piacerebbe che imparassimo sempre più, a voler rimediare (nei limiti, lo ripeto) agli atti vandalici di questi incoscienti, non per altro, ma perché così facendo aiuteremo la Natura a subire un pelo in meno di violenza. Proteggendola, aiuteremo anche noi stessi, distanziandoci dal giorno in cui non ci sarà davvero più niente da fare, il giorno in cui ci ritroveremo, tutti e in ogni luogo, sommersi da ogni genere di porcheria. E magari, proviamo anche a coinvolgere i bimbi e i ragazzini, perché no!? Durante un pic nic oppure in spiaggia, dedichiamo qualche minuto ad un bel gioco..occorre poco, dei guanti in lattice, delle buste e un bel po’ di Amuchina e tutti insieme si può ripulire un fazzoletto di verde o uno spicchio di spiaggia. Mi premeva esporre in breve, ciò di cui sono convinta da molti anni e cioè che dovremmo sentire profondamente il gravissimo problema dell’inquinamento perché è un problema nostro e noi stessi lo abbiamo causato e sempre noi, con la nostra indifferenza contribuiamo ad ingigantirlo ogni giorno di più. Proviamo, per quanto ci è possibile, ad attivarci per contrastarne almeno una briciola..anche con piccolissimi gesti, da semplici cittadini.

(Claudia Magnasco)

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Sulla lettura

PREMESSA: il brano di seguito, in origine non era altro che una serie piuttosto cospicua di miei aforismi e pensierini sui libri e la lettura, che in seguito riordinai in strofe, tanto da farne quattro poesie (La pace in un libro, La giovinezza in un libro, Il silenzio in un libro e Il viaggio in un libro). In tempi ancora più recenti, mi balzò in testa di accorpare le 4 poesie e farne il mio omaggio personale ai libri e alla lettura e all’importanza che essi rivestono nella mia vita. In sostanza è un puzzle scomponibile e non già una rielaborazione, cioè restano intatti, all’interno del seguente brano, sia gli aforismi tutti e tutti di seguito (senza aggiunte di parole), sia le 4 poesie, non di seguito, ma solamente invertite. Ecco il brano:

La lettura è una vecchia signora molto paziente e il libro è dimora solitaria e accogliente. E’ un simposio infinito in cui vi è posto per tutti, per i tanti lettori che nella realtà, quasi mai s’incontreranno. Un libro dona un po’ di armonia nei giorni più storti, spazzando via noia, cattivi pensieri e mediocrità, a volte annidati nella quotidianità. Credo che niente sia più distensivo di un viaggio tra le pagine di un libro ed è sublime leggere fino a notte fonda.
Finchè gli occhi non bruciano, per poi giungere al sonno, cullata dalle voci dei suoi personaggi.
A volte sogno di essere immortale, per poter leggere tutti i libri che vorrei e amo leggere di tutto, per arrivare in ogni luogo ed essere chiunque. Certe volte incontro un libro capace di donarmi inattese primavere, ricco di pensieri da colorare. E quando rileggo quelli di un tempo, ritrovo me stessa, così come ero. Perché la lettura mi mantiene giovane dentro: è l’antirughe dell’anima.
Certi libri, quelli più datati, sono scrigni di anime generose e io li sfoglio e li ascolto come fossero musiche silenziose di anime e cuori, sparsi nello spazio e nel tempo. E di quel silenzio mai mi sazio, tanto che immagino, a volte, d’essere ogni granello di polvere, di ogni libro, di una biblioteca dimenticata dal mondo. La lettura mi permette di viaggiare in libertà, perché essa stessa è liberta.
E così m’innamoro di quei libri capaci di stare al mio passo, senza farmi desiderare di cambiar rotta.
Essi mi prendono per mano e mi conducono fuori e dentro me,i n quei luoghi che da sola forse, non potrei raggiungere.
A volte i buoni libri mi fotografano in profondità, rinvenendo un po’ delle tessere del mio mosaico. E così, più leggo e più imparo a conoscermi.
Ogni libro che accumulo amplia il divario tra come sono oggi e come ero ieri, senza tuttavia perdermi di vista e accostandomi a come potrei divenire domani.
Ciascuno dei libri che ho amato, che amo e che amerò, è un mattone in più, del muro che mi separa da tutto quel che non mi va.
Ma è anche un gradino in più, della scala che porta da questa realtà, ad una migliore.

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Racconto breve

“Che sfortuna!”, esclamò Johnny, “Dovrò rinunciare al viaggio in Spagna con Michael e il suo amico Sam”.
Johnny, un paio di ore prima, era ruzzolato come una patata, dalle scale di casa e adesso si trova a fare i conti col referto ortopedico, dopo i quaranta minuti di attesa per far la lastra: frattura scomposta del piede destro, minimo un mese di gesso fino al ginocchio, in piena estate e col biglietto Ryanair che gli fa ciao ciao dal secondo cassetto del comò, con obbligatoria pernacchia.
“Per punizione ne farò un aeroplanino per il piccolo Luca” bofonchia tra se e sè Johnny.
Intanto il gessista completa l’opera d’arte drammatica. “E non è previsto neanche il rimborso. Maledizione! Doppia sfortuna!”, impreca Johnny, dopo aver saluto e lasciato la sala gessi.
Ora aspetta che Michael venga a prenderlo per riportarlo a casa. Fu proprio lui che andò in soccorso a Jhonny, non appena il poveretto si riprese dal capitombolo tanto da riuscire a telefonargli. Eccolo che arriva, Vedendo l’amico col gesso si rammarica molto, soprattutto perché Johnny non sarà dei loro, tra le strade di Madrid.
Dopo aver riportato lo sfortunato amico a casa, lungo la strada per il suo quartiere, Michael, munito di modernissimo auricolare, chiama Sam per informarlo dell’accaduto. “Il cellulare potrebbe essere spento o irraggiungibile”, ecco il verdetto della vocina più odiata degli ultimi quindici anni, da metà della nazione.
E dai una, due e tre richiamate automatiche e finalmente il “Pronto?” dall’altra parte. Tra un dare precedenza ed un semaforo rosso eterno, Michael informa Sam della sventura di Johnny e, uditi i commenti di Sam, tutto d’un tratto frena bruscamente per infilarsi in un mezzo parcheggio. “Ma stai scherzando Sam? Che vai dicendo?”.
“Affatto, non sto affatto scherzando”, replica Sam. “Te lo ripeto. Mi spiace per Johnny ovviamente, però almeno se ne sta a casa e non viene con noi a Madrid. Non potevo sopportare di visitare per la prima volta la città dei miei sogni, in compagnia di una persona che mi sta veramente tanto antipatica. Non ti offendere Michael, ma il tuo amico mi è estremamente indigesto, a pelle. E poi l’idea iniziale era di fare il viaggio io e te soli. Non mi piace chi si intrufola nei progetti altrui e non mi andava di oppormi alla sua invadenza perché tu sembravi contento. Che fortuna per me! Quel piede rotto! Che gioia!”

(Claudia Magnasco)

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Sull’amore respinto

Ancora non ti entra in testa che chi respinge l’amore, o chi cessa di amare, andrebbe compreso e non giudicato, in alternativa lasciato in pace e non già, costretto o ricattato oppure ancora, tormentato. Vedi, tra le mie poche certezze ve n’è una, cioè che l’amore o lo si sente oppure no e non ci sono colpe.
Tu non ne hai, lei neanche. Semplicemente capita, e fartene una ragione è necessario sai? Anche se ti costa e ti brucia.
Rifletti su questo: se pensi che il tuo cuore sia un universo fatto di sensibilità, perché non accetti che anche il cuore della donna che dici di amare, sia anch’esso un universo? L’amore è anche comprensione e rispetto della libertà dell’altro, questo è essenziale.
La tua sensibilità non è la sensibilità per eccellenza, è solo la tua, ma devi renderti conto che non esisti solo tu.
E allora fermati, affronta questa diversità, non è facile, impiegherai del tempo, forse molto, ma fallo. E poi cerca di accettarlo, provaci almeno.
Ti ho sentito spesso parlare di verità di sentimenti e ora nei fatti la respingi? Perché? Semplicemente, ora la faccenda ti tocca, tu sei dentro questa faccenda. Peggio ancora: tu sei l’intera faccenda, perché quella donna rifiuta il tuo amore.
E tu, come tanti, professi sincerità a destra e a manca, ma adesso che sei tu a riceverla, non ti piace affatto.
Chiarito ciò, a questo punto tu cosa scegli? Ti arrendi all’evidenza oppure insisti e pesti i piedi fino a quando (forse) lei non ti concederà, sicuramente per pietà, una qualche parvenza d’amore? A questa domanda penso che dovrai rispondere da solo.
Ma che ti piaccia o no, l’amore non lo si può pretendere e tanto meno elemosinare. L’amore c’è, oppure no.
E allora non la ossessionare, lasciala andare, l’amore non è distruzione, non deve fare male.
E se anche nessuno dovesse riuscire a fermarti, dopo che le farai del male lei continuerà a non amarti e tu dimostrerai soltanto una cosa: di non averla mai amata neanche tu, ma solo desiderata e pretesa, come orpello della tua vanità.

(Claudia Magnasco)

Dipinto di Edvard Munch – Separazione

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L’ideale ipocrita.

Un ideale diviene una grande ipocrisia quando ciò che si dice di voler perseguire, non lo si sente come un radicato e intimo dovere.
Solo in questo modo il dovere medesimo, diviene al tempo stesso piacere individuale, ossia stile di vita che farà da esempio all’interno della società, così da poter sortire un effetto contagioso. Fatti salvi naturalmente i limiti umani, che però non dovrebbero essere delle giustificazioni bensì delle ammissioni.
Ammettendo di non riuscire ad essere coerenti col proprio ideale, ci si potrà certamente migliorare, se l’ideale è forte e vivo (e non già il riflesso di una moda del momento). Quando questo non avviene, ecco che si diventa ipocriti, soprattutto quando nel frattempo si giudica negativamente il comportamento altrui, il quale, alla luce di una sana consapevolezza, risulterebbe invece, non tanto differente dal proprio modus vivendi.

Questa riflessione ha trovato ispirazione dal numero sempre più consistente di cosiddetti animalisti. Attenzione, perché non basta difendere gli animali dalle violenze di ogni genere, compiute dagli altri. Per essere veri animalisti non basta che gli animali piacciano esteticamente oppure che non si mangi la loro carne (questo è il passo decisivo, ma non il primo, affatto. C’è ben altro che dovrebbe precedere..la presa di coscienza richiede tempo) E’ necessario altresi’, che noi per primi valutiamo i nostri stessi comportamenti, a fondo e a mente aperta. Per cui potremmo accorgerci che mentre imprechiamo contro i carnefici, lo siamo forse anche noi nel nostro piccolo, se per esempio ingozziamo il nostro cane o gatto, che ha invece necessità di una scrupolosa alimentazione, sì da evitargli spiacevoli danni alla salute..pressochè certi… oppure potremmo riflettere sul fatto che mentre guardiamo in tv le scene pietose delle mattanze, siamo comodamente spaparanzati su un divano di pelle di animale, o ancora che il mese scorso abbiamo portato i bambini al circo e ridevamo insieme a loro nel vedere un elefante ridotto ad uno schiavo. Di esempi ne potrei fare a iosa, tanto da far arrossire qualsiasi animalista, me compresa.

(Claudia Magnasco)

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Opinione, giudizio e verità

Tra opinione personale e verità c’è una differenza non scarna e neanche molto considerata e un’opinione personale non equivale ad un giudizio supremo, così come quest’ultimo non sempre coincide con la verità.
Perciò, prima di esprimere la propria opinione su un certo fatto, sarebbe quanto meno opportuno conoscere il fatto stesso. Conoscere nel senso di apprendere direttamente, ossia non per sentito dire o per partito preso.
Altrimenti non si sta esprimendo un’opinione e neanche un giudizio e di conseguenza sicuramente alcuna verità. Bensì si sta parlando del nulla, quindi niente che sia degno di attenzione, eppure fonte di conseguenze di varia natura ed entità.

(Claudia Magnasco)

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Sensibilità

Se pensi che il tuo cuore sia un universo fatto di sensibilità, prova a soffermarti sul fatto che anche il cuore degli altri lo è. Perché la tua sensibilità non è la sensibilità per eccellenza, è solo la tua, ma devi accorgerti degli altri e comprendere che non esisti solo tu. In questo modo riuscirai ad accettare le  diversità e forse ti renderai conto che in fondo non siamo tanto diversi gli uni dagli altri.

(Claudia Magnasco)

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Dipinto di Renè Magritte – La corde sensible (1960)