Riflessione sulla poesia

La tristezza (così come la rabbia etc.) è uno degli stati dell’animo umano. Ciò non vuole dire che si è totalmente tristi e afflitti. Ma anche si. E quando essa (la tristezza) viene tradotta in poesia, l’autore lo fa principalmente per liberare (sfogare) su carta il sentimento, perché esso non giaccia troppo a lungo nel profondo e dunque per provare ad evitare, che prenda forme poco aggraziate e affatto consone alla natura stessa dell’autore. Tutto questo processo interiore, che viene appunto esternato in strofe e versi, non dovrebbe riguardare chi legge una poesia ritenuta triste. Il buon lettore può riconoscere (nella poesia) sé stesso eventualmente, nell’attualità del suo vivere o nei suoi trascorsi. Il “cattivo” lettore invece, pur riconoscendosi, respingerà questo suo ritrovarsi, addossando alla poesia stessa, l’etichetta di poesia cupa. A mio avviso invece, se qualcosa emerge dall’animo umano, vuol dire che ha seguito una luce: la penna è stato il mezzo, la carta la culla. E il poeta riposa. Più o meno costantemente

(Claudia Magnasco)

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